Di Carlo Petracca
La genesi del titolo
In questi giorni l’anno scolastico sta per iniziare oppure è già iniziato. Sono stato invitato dall’assessore all’istruzione della mia città a tenere una relazione all’inaugurazione dell’anno scolastico che ha visto la partecipazione dei capi di istituto e dei docenti di tutte le scuole della città. Ho dato al mio intervento questo titolo che è un augurio: che la scuola possa essere per tutti voi un luogo. Intendo rivolgere ora questo augurio a tutti coloro che operano nella scuola e mi seguono su Facebook.
Perché questo titolo? La mia mente ha fatto un cammino sequenziale che voglio esporvi. Mi sono detto:
- se si tratta di inaugurazione lo scopo è quello di augurare ai presenti un “buon anno scolastico”;
- di norma quando facciamo un augurio per qualsiasi circostanza (le vacanze, una progressione di carriera, il superamento di una malattia, ecc.) prospettiamo una situazione di benessere o il miglioramento di una situazione problematica;
- mi è venuta spontanea una domanda: qual è il problema più grande della scuola oggi? La risposta l’ho trovata in Don Milani che a gran voce ripeteva: il problema della scuola sono gli alunni che perde! Questo grande educatore poi ha raccolto i “respinti” dalla scuola statale e li ha fatti crescere e realizzare nella vita. Ma come ha fatto?
- Questa volta la risposta l’ho trovata nella testimonianza di un alunno che racconta il suo primo giorno a Barbiana: quando sono entrato tutto mi sembrava fuorché una scuola. In una piccola stanza c’era un vecchio tavolo da cucina con un libro e tutti gli alunni intorno al tavolo e uno poco più grande di loro faceva il maestro e spiegava ciò che era scritto sul libro. Ho pensato che a me sarebbe piaciuto fare il maestro. L’anno dopo lo ero diventato!
- Sono arrivato a una conclusione: Don Milani è riuscito a recuperare i “respinti” dalla scuola statale perché Barbiana era un “luogo”. Ecco come è nato il titolo della mia relazione!
Luoghi e non luoghi
Mi rifaccio alla distinzione che ha effettuato Marc Augè, antropologo francese, nel suo libro alquanto noto (Nonluoghi, Elèuthera) . Secondo questo studioso lo spazio che noi calpestiamo si divide in due categorie: luoghi e nonluoghi.
I luoghi, secondo Augè, sono spazi antropologici in cui le persone stabiliscono legami sociali e affettivi molto forti; hanno una loro precisa identità e una loro storia e perciò ci parlano, ci mandano continui messaggi fatti anche di ricordi.
I luoghi generano in noi un forte senso di appartenenza: l’esempio per eccellenza è il borgo natio in cui si vuole di norma ritornare o di cui si ha nostalgia. In fondo, dice Augè, nascere significa nascere in un luogo, essere assegnato a una residenza. La nostra carta di identità riporta il luogo di nascita che costituisce, appunto, parte della nostra identità!
Uno spazio, inoltre, diventa luogo quando contiene elementi in cui un gruppo si riconosce e in cui si vive il senso di comunità.
I nonluoghi sono, invece, spazi della società moderna in cui si verificano transiti, privi di identità, privi di relazioni sociali significative, privi di storicità. Gli esempi classici sono rappresentati dal vagone di un treno, da un aereo, da un supermercato. Noi li attraversiamo, ma non li viviamo, non suscitano senso di appartenenza. Ci siamo dentro, ma non viviamo il senso di comunità.
Molti alunni purtroppo vivono la classe e la scuola come nonluogo e di conseguenza si verificano insuccesso scolastico, abbandoni, dispersione, disagio scolastico.
Spesso anche i docenti vivono la scuola come nonluoghi e vivono il disagio professionale: in quella classe sto male, in quella scuola non ci sto bene. Il disagio vale anche per i capi di istituto.
Il mio augurio è che possiate vivere la scuola come luogo, ma ogni augurio non si verifica automaticamente (magari fosse così!!!). L’augurio per concretizzarsi ha bisogno dei nostri sforzi che sostengono le nostre azioni. Ne indico alcune.
La scuola come luogo del Poter essere
Noi insegnanti e genitori siamo abituati a giudicare le azioni dei nostri alunni o dei nostri figli attraverso due poli di riferimento: il Dover essere ossia quello che chiediamo loro di essere o quello che vorremmo che essi fossero e l’Essere ossia ciò che loro realmente sono, ciò che sanno realmente fare.
Quando i due poli coincidono o si avvicinano non ci sono problemi, abbiamo il successo scolastico e la soddisfazione dell’alunno e dei genitori. Abbiamo l’alunno che vive bene la scuola ed assume fiducia in sé.
Quando la distanza tra i due poli è notevole l’alunno va incontro a insuccessi continui, la insoddisfazione è generalizzata e manca il piacere di apprendere e si genera la demotivazione. Sono rimasto colpito dall’idea di Philippe Meirieu (Il piacere di apprendere, Lisciani): noi siamo portati a pensare che sia la demotivazione la causa dell’insuccesso scolastico. Non è così. È l’opposto: l’insuccesso scolastico è causa della demotivazione!
Quando l’alunno vive questa situazione, la classe e la scuola sono per lui un nonluogo con tutte le conseguenze negative che ciò comporta. Cosa fare? Dobbiamo prospettare all’alunno un terzo polo che si trova a metà tra l’essere e il dover essere: il Poter essere. Dobbiamo fargli capire che può farcela, che può progredire, che il successo è alla sua portata! E per ottenere questo risultato si può fare ricorso a efficaci strategie didattiche ed educative. Tra queste figurano:
- La valutazione proattiva. Noi diciamo spesso che la funzione principale della valutazione è quella formativa. Anche i documenti istituzionali ci ricordano questa funzione. Ai miei alunni all’università ho sempre detto che, secondo me, la funzione principale è quella proattiva ossia una valutazione che motivi l’alunno all’azione di apprendimento, che gli doni fiducia nelle sue capacità e che gli faccia percepire che anche lui “può essere”;
- L’arte dell’incoraggiamento. Herbert Franta (L’arte dell’incoraggiamento, Nuova Italia Scientifica) sostiene che per ottenere progressi dai nostri alunni dobbiamo mettere in atto l’arte dell’incoraggiamento ossia riconoscere i progressi che compie, anche se piccoli, ed apprezzarli. Per noi adulti la gratificazione delle nostre azioni compiute è la molla della reiterazione delle stesse. Vale anche per gli alunni;
- La pedagogia dell’errore. Generalmente l’errore a scuola viene vissuto dall’alunno come testimonianza di incapacità e forse anche di stupidità. Il bravo insegnante che vuole portare il proprio alunno al poter essere fa vivere l’errore come elemento fisiologico del processo di apprendimento: si tratta solo di riconoscerlo e cercare le modalità per non ripeterlo;
- La pedagogia del capolavoro. Anche gli alunni che generalmente non hanno risultati positivi possono produrre, in alcune occasioni e in alcune discipline cui sono particolarmente portati, elaborati di qualità. Quando capita ciò facciamo percepire a lui che si tratta un prodotto che supera l’ordinario e che appare, come sostiene Philippe Meirieu ( cit.), simile a un capolavoro.
Il poter essere trasforma la scuola in un “luogo” e potenzia le capacità di successo di ogni alunno.
La scuola come luogo dell’ammirazione
Jean Guitton (Arte nuova di pensare, Ed. Paoline) sostiene che la scuola deve insegnare a pensare e per fare questo deve trasmettere ammirazione per i contenuti che trasmette. L’uomo moderno, sostiene questo filosofo, ha perduto l’incanto del mondo e deve fare una strada in salita per sforzarsi di recuperarlo. Aggiunge poi che la scienza galileiana, quantitativa e materialista, e la tecnologia che ne è scaturita, hanno distrutto questo incanto.
Da questa premessa deriva la sua raccomandazione: la prima condizione per imparare a pensare è quella di coltivare in sé la facoltà dello stupore. Lo stupore, in effetti, è la molla della conoscenza, la condizione del pensiero, la porta della comprensione artistica, tecnica e scientifica.
Dario Antiseri non ha remore ad affermare che tutta la scienza ha inizio con la meraviglia e che la ricerca scientifica prende avvio da problemi pratici e teorici, cioè da aspettazioni deluse, da scoppi di meraviglia. Se i saperi che l’umanità ha conquistato derivano da scoppi di meraviglia è mai possibile che al momento della loro trasmissione agli alunni questa meraviglia scompaia per fare posto talvolta alla monotonia espositiva?
Mi viene da aggiungere che l’insegnante deve conservare nel cantuccio della sua anima il fanciullino di Pascoli che guarda tutte le cose con stupore, con aurorale meraviglia, come fosse la prima volta.
Abbiate la capacità di stupirvi, voi insegnanti, se volete che gli alunni vivano la scuola come luogo!!!
La scuola come luogo della passione
Un insegnante, che voglia essere un “maestro”, non trasmette solo contenuti, trasmette anche il suo rapporto con i saperi. Il vero insegnante è quello appassionato alle cose che propone, è quello che vibra di fronte ad alcuni concetti che espone, è quello che mostra eros per il sapere, direbbe Edgar Morin.
Così precisa Meirieu (op. cit.): Se egli si accontenta, come si fa nei momenti di stanchezza, di distribuire, pur scrupolosamente briciole di conoscenza accumulate durante gli studi o inserite nei programmi, l’operazione annulla ogni vibrazione. I saperi provengono da lui senza passare attraverso lui: disumanizzati, restano estranei all’alunno. Saperi disumanizzati possono essere trasmessi, forse ancora per poco, dall’Intelligenza Artificiale (AI), ma non dall’uomo!
È questa passione dell’insegnante che suscita negli alunni la motivazione ad apprendere. Del resto, già Aristotele aveva affermato che nell’azione di apprendimento intervengono due processi: il mazein, un apprendimento puro ed asettico che avviene con la mente, e un pazein, un apprendimento intenso che avviene con il sentimento e con il cuore. Anche la frase lapidaria, in verità, di Karl Rogers, grande psicologo umanista, rafforza questo concetto: non si apprende dal collo in su!
Il bravo insegnante è colui che assume la consapevolezza che i propri alunni non apprendono solo dal collo in su, ma con tutto il proprio essere e, quindi, mostra vera passione nello svolgere la sua azione. La sua passione si trasmette agli alunni, accende in loro la motivazione e la scuola diventa un luogo.
La scuola come luogo dell’alterità
Byung Chull Han, filosofo sudcoreano, nel suo libro (L’espulsione dell’altro, Nottetempo) denuncia la scomparsa dell’Altro nel nostro mondo dominato dalla comunicazione digitale. L’Altro come altro da me destabilizza, disturba perché richiede sacrifici accoglierlo e, perciò, viene espulso.
Questa espulsione crea un vuoto che bambini, adolescenti e giovani paradossalmente colmano con il mito dell’Uguale ossia la ricerca di pensieri, valori e comportamenti che appartengono alla massa, al gregge. Ecco l’intruppamento, il sociomorfismo, il conformismo che portano alla violenza dell’identico. L’identico diventa violento perché annulla la diversità di ciascuno, annulla la creatività e persino la libertà del singolo.
L’espulsione dell’altro e il ricorso compensativo alla comunicazione in absentia del destinatario ci va vivere, inoltre, in un mondo povero di sguardi e povero di voce: ci fa vivere una relazione disincarnata. Sguardi e voci mettono in moto i nostri neuroni a specchio che tanto incidono sulla crescita della persona.
Di fronte a questo fenomeno, denunciato da Chull Han, la scuola non può sottrarsi al suo compito, diventato ineludibile, di promuovere l’empatia e la prosocialità
Per la scuola, e direi anche per la famiglia, questo è il tempo del NOI. Facciamo capire agli alunni che noi non esistiamo se non nella relazione e in ogni istante siamo parte di un noi! L’assenza dell’Altro crea, inoltre, delle identità imperfette. Erik Erikson (Gioventù e crisi di identità, Armando ) sostiene che la costruzione della propria identità avviene attraverso due processi: il processo di integrazione con l’altro e il processo di distinzione dall’altro. Se manca l’altro non ci può essere integrazione e distinzione. Le identità sono imperfette e la scuola diventa un nonluogo con tutte le conseguenze che ciò comporta.
La scuola come luogo delle competenze
Ho sempre sostenuto e con forza l’approccio per competenze nell’insegnamento (Sviluppare competenze…ma come? Lisciani). Ora questa innovazione si sta spegnendo e, secondo me, è un peccato. Sono ancora fermamente convinto che lo scopo dell’insegnamento oggi non coincide con il creare negli allievi un ampio bagaglio conoscitivo quanto piuttosto far crescere il loro potenziale conoscitivo ossia la loro capacità di saper reperire autonomamente conoscenze, di saperle selezionare secondo filtri scientifici ed etici e di saperle organizzare per svolgere un compito loro assegnato.
Questo rappresenta un nuovo bisogno formativo che non possiamo ignorare perché se le conoscenze sono disponibili e fruibili con facilità e immediatezza, soprattutto nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la scuola è chiamata a fornire agli alunni strumenti critici per interpretare le informazioni, per distinguere ciò che è importante da ciò che è irrilevante.
Questo non significa che gli insegnanti non dovranno più trasmettere saperi perché non ci può essere competenza in assenza di conoscenze, Dovranno selezionare i saperi irrinunciabili e dare più spazio alla risoluzione di problemi che si riscontrano nella realtà (compiti di realtà) per la cui risoluzione dovranno
Ricercare e selezionare conoscenze adeguate in modo da far crescete il loro potenziale conoscitivo.
Gli alunni che avranno sviluppato questa competenza si realizzeranno nel futuro mentre gli altri rischiano di non nutrire il senso di appartenenza alla loro epoca storica e potranno vivere il senso di esclusione dalla società.
La didattica per competenza trasforma la scuola in un luogo perché mette gli alunni di fronte a compiti “sfidanti” che fanno crescere la loro motivazione ad apprendere.
Buon Anno Scolastico a tutti voi: che la scuola sia un luogo!
